Interview No. 6

Intervista n° 6

Davide Longo

Davide Longo

Davide Longo (1971) was born and raised in Carmagnola near Turin and still lives there. Longo wrote and directed short films, documentaries and news commentaries for national television- and radio broadcasters like Rai Sat. The documentary Memorie dell’altoforno was presented at the Young Cinema Festival in Turin.

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Intervista n° 6

Io – La disturba il registratore? Se vuole posso limitarmi a prendere appunti.

Clarisse – No, va bene.

Io – La ringrazio per avermi ricevuta. La mia telefonata deve esserle sembrata un po’ stravagante.

Clarisse - Ho un marito pittore e un figlio matematico, non c’è stravaganza che possa cogliermi di sorpresa.

Io - Sono di suo marito i quadri?

Clarisse - Tutti tranne quello, quello è mio.

Io - Molto bello.

Clarisse - Non è vero, ma la ringrazio. C’è stato un periodo in cui Pieter ha tentato di convincermi e di convincersi che avessi qualche talento, ma per quanto l’amore possa molte cose….

Io - Avete una casa molto accogliente.

Clarisse - Grazie, sieda, non restiamo in piedi.

Io – Bene, ora credo di doverle qualche spiegazione.

Clarisse - L’ascolto.

Io - Devo prima di ogni cosa confessarle una piccola bugia: non sono una giornalista come le ho detto al telefono.

Clarisse - Ah, no?

Io - No, insegno letteratura francese all’università di Marsiglia e da qualche mese sto lavorando alla biografia su mio padre… Perché sorride?

Clarisse - Credo di aver capito.

Io - Sì?

Clarisse - Malgrado il suo francese sia perfetto, riconosco ancora un’italiana. Un olandese o un tedesco non mi avrebbero mai chiesto di chi fossero i quadri. Noi invece partiamo sempre da un dettaglio non essenziale. La gente qui la vede come una forma di eccentricità, un deragliamento del pensiero a volte attraente, il più delle volte dannoso. Per fortuna mio marito era della prima idea.

Io – Lei però è nata qui in Belgio.

Clarisse – Sì, ma ho ereditato dalla nonna il tratto italiano. Mio figlio invece non ce l’ha. Hanno prevalso i geni paterni.

Io – Lei ha insegnato psicologia, è avvantaggiata nel cogliere certe cose.

Clarisse - Per carità, insegnavo Freud a sedicenni interessate all’interpretazione dei sogni e a capire se il fidanzato le tradiva. Con quante persone ha parlato fino ad ora?

Io - Una ventina.

Clarisse - Un buon numero, come le ha scelte?

Io - Ho cercato persone che avessero condiviso con mio padre momenti di intimità, al di là del suo mestiere di scrittore. Ci sono già lavori di critica letteraria e un paio di biografie su di lui. Vorrei dare al mio libro un taglio diverso.

Clarisse - C’è un analista dietro tutto questo? Cose non risolte con suo padre? Non si offenda, è una domanda innocente, non professionale.

Io - Non mi offendo, ma nessun analista. Quando mio padre è morto avevo sette anni, per un po’ mi sono bastati i ricordi affettuosi che avevo di lui, poi ho letto i suoi libri e mi è parso di conoscerlo, ma una volta adulta mi sono resa conto che tutti noi abbiamo una stanza inaccessibile ai figli e, se siamo scrittori, anche ai lettori. E’ una stanza dove vengono accolti solo gli amici intimi e alcuni amori. La cosa peggiore quando perdi un genitore molto presto è che per te la porta di quella sua stanza rischia di restare chiusa per sempre.

Clarisse - E sua madre?

Io - Quando mio padre è morto erano separati da quattro anni e i rapporti non erano comunque mai stati buoni. Il ritratto che mia madre conserva di lui credo sia molto parziale. Forse non più negativo della realtà, ma comunque distorto.

Clarisse - Le persone che ha intervistato le hanno detto cose interessanti?

Io – Se devo essere sincera delle venti che ho rintracciato solo sei hanno accettato di incontrarmi. La risposta più frequente è stata: “Non credo di poterle essere utile, non l’ho conosciuto abbastanza”. Credo che la gente non si senta a suo agio a parlare di un uomo con la figlia. E’ come avesse paura di calpestare un presepe. Per questo mi sono inventata la storia della giornalista. La gente è meglio disposta verso una professionista che non ha legami con la persona in questione.

Clarisse - Posso chiederle come è arrivata a me?

Io - Nei giorni che passò qui nell’estate del 2011, mio padre prese appunti su questo taccuino.

Clarisse - Questo?

Io - Sì, lo ricorda?

Clarisse - No, non credo di averlo mai visto.

Io - Ci sono orari di appuntamenti, numeri dei bus, contatti telefonici e una serie di annotazioni per il racconto che avrebbe dovuto scrivere una volta rientrato Italia. Racconto che, come lei sa, non scrisse mai.

Clarisse - Sì, seppi dell’incidente il giorno dopo la sua partenza. Mi telefonarono dall’Istituto.

Io - Tra gli appunti sul taccuino ho trovato il suo nome: Clarisse. Così ho telefonato all’Istituto: la segretaria mi ha detto che si trattava di lei. Lavorava spesso per loro allora?

Clarisse - Saltuariamente, del resto non era difficile trovare a Charleroi qualcuno che parlasse italiano. Nel caso di suo padre si rivolsero a me perché avevo una formazione umanistica. In casa nostra giravano molti romanzi italiani: mia madre era insegnante, mio padre caporedattore di una rivista.

Io - Cosa le dissero dall’Istituto?

Clarisse - Che uno scrittore italiano era a Charleroi per due settimane e avrebbe dovuto tenere alcune conferenze e parlare con un paio di giornalisti, ma il suo francese era pessimo e l’inglese appena sufficiente.

Io - Aveva mai sentito parlare di mio padre, come scrittore intendo?

Clarisse - No, non lo conoscevo e se devo essere sincera non andai su internet per vedere che faccia avesse e che libri avesse scritto. E’ il tipo di cosa che gli scrittori si aspettano che uno faccia: andare a spulciare in rete alla ricerca di notizie su di loro.

Io - Che impressione le fece quando lo vide?

Clarisse - Ci incontrammo nell’atrio della sala conferenze, un quarto d’ora prima dell’inizio. Mi parve alto, magro e troppo in forma per essere un uomo di lettere. Avvertii una distonia, insomma, come se tra lo scrittore e il corpo che lo ospitava ci fosse un’incompatibilità. Ha intervistato altre donne?

Io - Quattro.

Clarisse - Qualcuna le ha detto qualcosa di simile?

Io – No.

Clarisse - Perché ride?

Io - Una di loro ha detto che quando vide per la prima volta le braccia di mio padre provò un sussulto erotico.

Clarisse - Un sussulto erotico? Mio dio, ha davvero detto questo?

Io - Sì, ha usato questa espressione. La ricordo perché l’ho trascritta pochi giorni fa.

Clarisse - Si è sbilanciata parecchio, questa signora. Se si aspetta che io faccia altrettanto, credo rimarrà delusa. Vorrei sentirmi libera di fermarmi quando si arriva ad argomenti che non voglio toccare. Non l’ho messo in chiaro prima, ma è sottinteso.

Io - Certo. Come andò la conferenza?

Clarisse - Fu diversa da come tutti se l’aspettavano.

Io - In che senso?

Clarisse - Suo padre era uno scrittore invitato dalla città a trascorrere quindici giorni come ospite. I suoi libri non erano conosciuti in Belgio, quindi era ovvio che il discorso sarebbe caduto sulle sue impressioni circa Charleroi. Suo padre fu sincero, questo nessuno può rimproverarglielo, ma eccessivamente severo, a mio parere; troppo giudicante. Nella sala si diffuse un certo risentimento: nessuno ama invitare qualcuno a cena e sentirsi criticare la disposizione dei mobili o la scelta dei piatti. Ma suo padre non si scompose e tirò dritto.

Io - Quindi non fu una bella serata.

Clarisse - Non è del tutto esatto. Fu una serata interessante. Suo padre fece molte domande al pubblico e la gente cadde nel tranello.

Io - Quale tranello?

Clarisse - Non era davvero interessato a quello che la gente poteva dirgli. Farla parlare era solo un modo per tenersela alla larga e lui era molto abile in questo: il pubblico se ne andò a casa contento, convinto di aver avuto a che fare con uno scrittore aperto e disponibile, una vera rarità.

Io - Non lo era?

Clarisse – Era un uomo corretto e con un forte senso del dovere: sapeva che faceva parte del suo lavoro avere a che fare con i lettori e gli piaceva uscissero dagli incontri con una buona opinione di lui, ma non gli interessava davvero “esporre la mercanzia”. Come dice uno psichiatra molto noto “aveva messo delle guardie alle porte della sua città, per tenere lontano i seccatori e concentrarsi su ciò che considerava importante”.

Io – Le parve freddo, dunque?

Clarisse – Non direi. Era un uomo che poteva intrattenere la gente in salotto e nello stesso tempo lavorare al piano di sopra alle sue faccende. Solo una persona dotata di molta energia può fare una cosa simile e quando c’è energia non si è mai in presenza di un uomo freddo. Penso anzi che suo padre potesse darsi senza risparmio se decideva che la persona o il progetto lo meritava. Che potesse abbattere e costruire muri che altri uomini non possono nemmeno concepire. Diversamente però poteva essere crudele come una fontana asciutta. Non erano certo le suppliche a poterlo smuovere.

Io - Quali erano le cose importanti per lui, a suo parere?

Clarisse - Lei era importante, la discendenza, il sangue, la carne, il corpo, il coraggio, il dovere, il fuoco, la vittoria, la sconfitta, la solitudine e i rari momenti in cui si ha l’impressione di poterla vincere: queste credo fossero le cose che contavano per lui.

Io - Non la scrittura?

Clarisse - La scrittura era solo un mezzo, un espediente. Era un uomo primitivo in fondo: ciò che gli importava era nato ben prima della scrittura.

Io - Primitivo?

Clarisse - Abitava la modernità, ma in lui prevaleva un tratto primordiale. Stargli vicino era come stare accanto a una pietra, un albero, il greto di un fiume: cose che hanno a che fare con la notte dei tempi.

Io - Come proseguì la serata dopo la conferenza?

Clarisse - Andammo a cena: il direttore dell’istituto, la moglie, lui ed io. Suo padre era stato a visitare Le Bois Du Cazier, dove il padre del direttore aveva lavorato. Ci chiese dei nostri genitori, del loro arrivo a Charleroi. Volle sapere come era cambiata la città. Le ragioni del declino industriale. Fu molto spiritoso anche.

Io - Posso leggerle uno degli appunti che prese in quei giorni a proposito di Charleroi?

Clarisse - Sì, lo legga.

Io - “Charleroi in ogni viso, marciapiede o vetrina, manifesta la difficoltà di vivere, la fatica di un’esistenza che non corre mai in discesa, aiutata dalla sorte, ma sempre arrancando, scivolando, perdendo terreno, per poi riguadagnarlo con medesima costanza, sempre sul punto di arrendersi, eppure procedendo”.

Clarisse - Venne in agosto, la città era vuota, non c’erano studenti e gli abitanti che potevano se ne erano andati in vacanza. Credo che questo condizionò la sua percezione della città. La vide come un posto degradato.

Io - “I taxisti a Charleroi non sanno mai dove sono i posti, dove sono le vie. Inseriscono i nomi nel navigatore, ma anche questo non li riconosce. Destinazione non conosciuta. Allora telefonano alla centrale, telefonano ai colleghi. I taxisti a Charleroi brancolano nel buio. Lungo i marciapiedi molti negozi di valige, molte agenzie di viaggio. L’impressione di un posto da cui la gente vuole partire, andarsene, ma le cui uscite sono state sapientemente nascoste dietro i ricordi, l’attaccamento, la famiglia, l’orgoglio operaio, il riscatto, la nostalgia, il passato”.

Clarisse - Come le ho detto fu troppo severo. Troppo tranchante, ma credo fosse un tratto del suo carattere.

Io - Quando vi rivedeste?

Clarisse – Il giorno dopo pranzammo insieme. Non so perché accettai. Conoscevo il quadro: scrittore solo, divorziato, butta l’amo a ragazza del posto che parla italiano e non lo costringerà a contorsioni con una lingua che conosce malamente.

Io - Fu lui dunque a telefonarle?

Clarisse - Sì, mi chiamò la mattina e mi disse che gli avrebbe fatto piacere pranzare insieme. Sì offrì di cucinare nell’appartamento che lo ospitava, ma a me parve meglio vedersi in centro.

Io - Così pranzaste fuori.

Clarisse – Sì, in un ristorante francese.

Io – Le leggo queste righe: “Ristorante francese, zuppa di cozze con formaggio disciolto. Innominabile. Una volta usciti se ne conserva il rimorso. In questa città si mangia in maniera orribile. Peggio che orribile, insensata e insana”, può riferirsi a quel pranzo?

Clarisse - No, non mi pare che mangiammo nulla del genere. Del resto, trovammo altri motivi per litigare.

Io - Litigaste?

Clarisse - Fui io a litigare, lui si limitò a guardarmi divertito dopo aver acceso la miccia.

Io – Vuole raccontarmi come andò?

Clarisse - Non so come, ma finimmo a parlare del fatto che non volessi andarmene da Charleroi pur avendo ricevuto un’offerta di lavoro a Bruges. Lui sosteneva che le città sono come le cose: quando non servono più bisogna abbandonarle. Questa città aveva fatto il suo tempo, diceva, e, anche se aveva dato speranza e un futuro ai miei nonni, era inutile che stessi qui a vederla morire. Non facevo un favore a nessuno, tantomeno ai miei nonni.

Io – E lei si arrabbiò.

Clarisse – Certo che mi arrabbiai. C’era una fermezza nel suo modo di dire le cose che le rendeva tangibili, anche se profondamente sbagliate. Non digerii nemmeno il pranzo, dopodiché andai a casa e feci un’ora di yoga. Allora ne facevo parecchio. Avevo molta costanza.

Io - E lui?

Clarisse - Doveva incontrare alcune persone, figli di immigrati italiani. Non credo fosse comunque quello l’argomento del racconto che intendeva scrivere. Era una scelta troppo ovvia.

Io - Quando lo risentì?

Clarisse - Mi chiamò la sera stessa: il giorno dopo voleva andare a Ostende. Lo avvertii che non era una delle cose migliori che potesse fare, ma non ci fu modo di dissuaderlo. Mi fece ridere. Alla fine accettai di accompagnarlo, avevo dato la mia disponibilità all’Istituto, però misi in chiaro che avrei dovuto essere di ritorno per cena. I miei avevano invitato alcuni amici che volevo rivedere.

Io - Andaste in auto o in treno?

Clarisse - In treno e una volta laggiù passeggiammo tutto il pomeriggio. Da Ostende raggiungemmo il paese vicino camminando sulla spiaggia. Era un giorno grigio d’agosto. Lui sembrava aver trovato esattamente quello che cercava: una grande spiaggia, un mare ferroso, il vento freddo e una donna con cui camminare tenendosi per mano.

Io - Per mano? Non era più arrabbiata con lui?

Clarisse - Suo padre era come i cani, come gli uccelli, non agiva per secondi fini, ma per bisogno. Non si poteva essere arrabbiati con lui. Non puoi essere arrabbiato con un cane, devi solo scegliere se lo vuoi oppure no, ma se decidi di tenerlo, non puoi avercela con lui perché rosicchia il tappeto.

Io - Di cosa parlaste durante la passeggiata?

Clarisse - Fu lui a parlare: mi disse di lei, della casa che aveva appena ristrutturato, di un vecchio amico che soffocava dentro il matrimonio. Io mi limitai a tenerlo per mano. Arrivati al paese era molto tardi e lui disse che aveva voglia di trovare una camera e fare l’amore.

Io - Le disse così?

Clarisse - Sì, non ci vedeva niente di male a dire ciò che desiderava. Non aveva paura di essere rifiutato: era il suo modo di stare al mondo, l’unico che conosceva. Disarmante, non crede?

Io - Ma lei aveva la cena con gli amici?

Clarisse - Telefonai che non sarei tornata. Inventai una conferenza e restammo in quel paese insignificante per due giorni durante i quali mangiammo, parlammo, facemmo molto l’amore e bevemmo vino. Tutto ciò che probabilmente aveva desiderato dal momento in cui aveva visto questo paese, e che, forse non in assoluto, ma in quel momento desideravo anche io.

Io – Sono in imbarazzo.

Clarisse - Le posso dire che faceva ogni cosa con la stessa naturalezza con cui mangiava, camminava e dormiva, se è questo a cui si riferisce. Era un gesto naturale per lui, senza sovrastrutture. Nessuna complicazione mentale. Come accarezzare un cane, prendere in braccio un bambino o masticare un pezzo di pane.

Io - Poi tornaste a Charleroi?

Clarisse - Sì, in treno, abbracciati e in silenzio. Fuori pioveva. Avrebbe potuto essere retorico, sdolcinato o melodrammatico, ma non fu niente di tutto questo. Con lui le cose erano solo le cose. Pioveva, nel vagone faceva freddo, noi stavamo abbracciati e non avevamo bisogno di dire niente. Dopo tutta quell’intensità, non c’era altro da aggiungere. Ogni idea era stata incarnata, non restava niente nelle nostre teste. Sa cosa mi disse quando arrivammo alla stazione di Charleroi?

Io - Cosa?

Clarisse – Prima di salire sul pullman, guardò un gruppo di ragazzi e disse “Sono tornati gli studenti, forse sono stato precipitoso nel giudicare questa città”. Poi sorrise e due giorni dopo partì.

Io - Non vi sentiste il giorno successivo?

Clarisse - No. Mi chiamarono dall’Istituto il giovedì per informarmi dell’incidente, dopodiché, fino ad oggi, non ho più parlato di lui.

Io - Con nessuno?

Clarisse - No.

Io - Perché?

Clarisse - Avrei potuto passare vent’anni con lui senza ricevere più di quanto ebbi in quei due giorni. Quella era la sua misura, almeno nei miei confronti. E lo stesso valeva per me. Ci sono uomini così: se non te ne accorgi e cerchi di passare la staccionata possono diventare spietati. Allora conserverai di loro l’immagine di un uomo freddo, chiuso e feroce, cosa che, come vede, io non ho fatto. Credo che anche lui avrebbe conservato un buon ricordo di me, ma se fosse vissuto a lungo non ci saremmo rivisti. Fosse accaduto sarebbe stato a distanza di anni e per due giorni non diversi da quelli che c’erano stati.

Io - E’ molto saggio tutto questo.

Clarisse - Per carità, sono conti che si fanno dopo, quando è tutto facile.

Io - Ora la lascio, è ora di cena e l’ho disturbata abbastanza. Le spedirò l’intervista dopo averla trascritta, così potrà eliminare o correggere ciò che non le piace.

Clarisse – Non importa. L’unica cosa che le chiedo è di citare solo il mio nome. Non metta il cognome, il cognome non ha nessuna importanza.

Io - D’accordo. Mi piacerebbe risentirla un giorno.

Clarisse - Sì, sarebbe bello, ma non succederà.

Io - Perché no?

Clarisse - Perché lei assomiglia a suo padre. Del resto è bello salutarsi sapendo che è davvero un saluto, no?

 

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Interview nr. 6

De Italiaanse auteur Davide Longo schreef voor citybooks Charleroi Interview nr. 6 een dialoog, waarin een vrouw herinneringen ophaalt aan een schrijver die ooit in Charleroi verbleef.

 

Ik: Hebt u last van de recorder? Ik kan anders ook aantekeningen maken als u wilt.

Clarisse: Nee, hoor.

Ik: Fijn dat u me wilde ontvangen. U vond het zeker wel een beetje een buitenissig telefoontje toen ik u belde.

Clarisse: Mijn man is schilder en mijn zoon wiskundige, ik vind niet snel iets buitenissig.

Ik: Zijn de schilderijen van uw man?

Clarisse: Allemaal, behalve die daar, die heb ik gemaakt.

Ik: Prachtig.

Clarisse: Dat is niet waar, maar toch bedankt. Er is een periode geweest waarin Pieter nog zijn best deed om mij en zichzelf ervan te overtuigen dat ik enig talent had, maar hoewel liefde tot veel in staat is…

Ik: U hebt een heel gezellig huis.

Clarisse: Dank u wel, ga zitten, anders staan we hier zo.

Ik: Goed, ik ben u wel een verklaring verschuldigd.

Clarisse: Ik luister.

Ik: Allereerst moet ik u een leugentje opbiechten: ik ben geen journaliste zoals ik aan de telefoon zei.

Clarisse: O nee?

Ik: Nee, ik doceer Franse literatuur aan de universiteit van Marseille en sinds een paar maanden werk ik aan een biografie over mijn vader… Waarom lacht u?

Clarisse: Ik geloof dat ik het al begrijp.

Ik: Ja?

Clarisse: U spreekt dan wel vloeiend Frans, maar een Italiaanse haal ik er nog altijd zo uit. Een Nederlander of een Duitser had me nooit gevraagd van wie de schilderijen zijn, terwijl wij altijd met een onbeduidend detail beginnen. Hier vinden de mensen dat maar eigenaardig, een vreemde gedachtekronkel, soms charmant, maar over het algemeen afkeurenswaardig. Gelukkig behoorde mijn man tot de eerste categorie.

Ik: Maar u bent in België geboren.

Clarisse: Jawel, maar ik heb de Italiaanse trekken van mijn oma geërfd. Mijn zoon heeft daar niets van, bij hem hebben de genen van zijn vader de overhand.

Ik: U hebt psychologie gedoceerd, dan pik je sommige dingen sneller op.

Clarisse: Ach nee, ik gaf Freud aan zestienjarige meisjes die vooral geïnteresseerd waren in de interpretatie van dromen en die wilden weten of hun vriendje hen bedroog. Met hoeveel mensen hebt u tot nu toe contact gezocht?

Ik: Een stuk of twintig.

Clarisse: Dat zijn er heel wat, hoe hebt u die uitgekozen?

Ik: Ik ben op zoek gegaan naar mensen die momenten van intimiteit met hem hebben gekend, mensen die niet per se iets met het schrijven te maken hadden. Er zijn al wat literaire kritieken en een paar biografieën over hem geschreven. Ik kies in mijn boek voor een andere invalshoek.

Clarisse: Is dit een opdracht van een therapeut? Onuitgesproken zaken met uw vader? Begrijp me goed, ik vraag het uit interesse, niet beroepshalve.

Ik: Ik snap het, maar er zit geen therapeut achter. Toen mijn vader overleed was ik zeven jaar, een tijd lang volstonden de liefdevolle herinneringen die ik aan hem had, daarna ben ik zijn boeken gaan lezen en meende ik hem beter te leren kennen, maar toen ik volwassen werd begon ik me te realiseren dat we allemaal een kamer hebben die ontoegankelijk is voor onze kinderen, en als we schrijver zijn ook voor onze lezers. Het is een kamer waarin alleen intieme vrienden en wat geliefden worden toegelaten. Het ergste van op jonge leeftijd een ouder verliezen is het risico dat de deur van die bewuste kamer voor jou altijd op slot blijft.

Clarisse: En uw moeder?

Ik: Toen mijn vader stierf waren ze al vier jaar gescheiden, en ze hebben nooit een hechte band gehad. Het beeld dat mijn moeder van hem heeft is volgens mij niet erg objectief. Ik wil niet per se zeggen negatiever dan de werkelijkheid, maar hoe dan ook vervormd.

Clarisse: En hebben de mensen die u hebt geïnterviewd iets interessants verteld

Ik: Eerlijk gezegd hebben slechts zes van de twintig mensen die ik heb opgespoord met een ontmoeting ingestemd. Het standaard antwoord luidde: “Ik geloof niet dat ik u kan helpen, daarvoor heb ik hem te slecht gekend”. Ik denk dat mensen zich ongemakkelijk voelen tegenover de dochter van een man. Alsof ze bang zijn een kerststal te vertrappen. Daarom deed ik me voor als journaliste. Mensen praten vrijer tegenover iemand die geen band heeft met de persoon in kwestie.

Clarisse: Mag ik vragen hoe u bij mij bent uitgekomen?

Ik: In de tijd die hij hier in de zomer van 2011 doorbracht, maakte mijn vader notities in dit boekje.

Clarisse: In dat boekje?

Ik: Ja, herkent u het?

Clarisse: Nee, ik geloof niet dat ik het ooit heb gezien.

Ik: Er staan afspraken in, tijden, buslijnen, telefoonnummers en een heleboel aantekeningen voor het verhaal dat hij na zijn thuiskomst in Italië zou gaan schrijven. Een verhaal dat hij, zoals u weet, nooit heeft geschreven.

Clarisse: Ja, ik hoorde de dag na zijn vertrek van het ongeluk. Het instituut belde me.

Ik: Tussen de aantekeningen in zijn boekje trof ik uw voornaam aan: Clarisse. Daarop heb ik het instituut gebeld: de secretaresse vertelde me wie u was. Ik begrijp dat u vaker voor ze werkte?

Clarisse: Af en toe, al was het niet echt een probleem om in Charleroi iemand te vinden die Italiaans sprak. In het geval van uw vader deden ze een beroep op mij, vanwege mijn letterenachtergrond. Er werd bij ons thuis veel Italiaanse literatuur gelezen: mijn moeder was lerares, mijn vader hoofdredacteur van een tijdschrift.

Ik: Wat was het voorstel van het instituut?

Clarisse: Ze zeiden dat er een Italiaanse schrijver was die voor twee weken in Charleroi verbleef en wat lezingen en interviews zou moeten doen, maar zijn Frans was belabberd en zijn Engels niet toereikend.

Ik: Had u ooit van mijn vader gehoord, als schrijver bedoel ik?

Clarisse: Nee, ik kende hem niet en ik ben eerlijk gezegd ook niet op internet gaan kijken hoe hij eruitzag en wat voor boeken hij had geschreven. Dat zijn van die dingen die schrijvers van je verwachten: dat je op zoek gaat naar hun gegevens.

Ik: Wat was uw eerste indruk van hem?

Clarisse: We ontmoetten elkaar in de hal van de conferentiezaal, een kwartier voor aanvang. Hij was lang, mager en veel sportiever dan je van een schrijver zou verwachten. Het was een beetje een contradictie, alsof de schrijver en het lichaam dat hem omhulde niet bij elkaar pasten. Hebt u nog andere vrouwen geïnterviewd?

Ik: Vier.

Clarisse: Heeft een van hen iets dergelijks gezegd?

Ik: Nee.

Clarisse: Waarom lacht u?

Ik: Een van hen zei wel dat er een golf van opwinding door haar heen ging toen ze de armen van mijn vader voor het eerst zag.

Clarisse: Een golf van opwinding? Jeetje, heeft ze dat echt zo geformuleerd?

Ik: Ja, dat was de uitdrukking die ze gebruikte. Ik weet het precies, omdat ik de tekst een paar dagen geleden nog heb getranscribeerd.

Clarisse: Nou, dan was die mevrouw behoorlijk van haar stuk. Als u zo’n uitspraak van mij verwacht, komt u van een koude kermis thuis. Ik wil me vrij voelen om bepaalde details onbesproken te laten. Dat heb ik niet van tevoren aangegeven, maar het lijkt me voor zich spreken.

Ik: Natuurlijk. Hoe verliep de lezing?

Clarisse: Anders dan iedereen had verwacht.

Ik: In welk opzicht?

Clarisse: Uw vader was als schrijver twee weken lang te gast in de stad. Zijn boeken waren niet bekend in België, dus het lag voor de hand dat de voordracht over zijn indrukken van Charleroi zouden gaan. Uw vader was eerlijk, dat kan niemand hem verwijten, maar mijns inziens was hij te hard, te veroordelend. Er bestond enige beroering in de zaal: niemand vindt het leuk als je iemand te eten vraagt en dan te horen krijgt dat de inrichting van je huis niet deugt of dat je de verkeerde gerechten hebt gekozen. Maar uw vader vertrok geen spier en ging gewoon door.

Ik: Het was dus geen aangename avond.

Clarisse: Dat is niet helemaal waar. Het was een interessante avond. Uw vader stelde heel veel vragen aan het publiek en de mensen trapten in zijn valstrik.

Ik: Welke valstrik?

Clarisse: Hij was niet echt geïnteresseerd in wat de mensen hem te vertellen hadden. Maar door hen aan het woord te laten, kon hij zich zelf op de vlakte houden en daar was hij heel goed in: het publiek ging tevreden naar huis, in de overtuiging dat ze te maken hadden gehad met een open, belangstellende schrijver, echt een zeldzaamheid.

Ik: Was hij dat dan niet?

Clarisse: Hij was een oprecht man met een sterk plichtsbesef: hij wist dat het bij zijn werk hoorde om lezers te ontmoeten en hij vond het prettig als men na zo’n ontmoeting een goede indruk van hem had, maar hij was niet iemand die het belangrijk vond “om zichzelf te verkopen”. Zoals een beroemd psychiater eens zei: “Hij had wachters bij de poorten van zijn stad neergezet, om de lastposten op een afstand te houden en zich te kunnen concentreren op wat hij belangrijk achtte”.

Ik: Dus hij kwam koeltjes over?

Clarisse: Dat zou ik niet zeggen. Hij was iemand die de mensen in de woonkamer kon onderhouden en tegelijkertijd boven met zijn eigen dingen bezig was. Om zoiets te kunnen moet je over veel energie beschikken, en iemand met zoveel energie kun je onmogelijk een koele man noemen. Sterker nog, ik denk dat uw vader zich volledig kon geven, als hij maar vond dat de persoon of het project in kwestie dat waard was. Hij kon muren neerslaan of opbouwen waar anderen geen idee van hadden. Aan de andere kant kon hij zo meedogenloos zijn als een opgedroogde fontein. Voor smeekbedes was hij totaal ongevoelig.

Ik: Wat waren de dingen die hij belangrijk vond, volgens u?

Clarisse: U was belangrijk voor hem, de familielijn, het vlees en bloed, het lichaam, moed, plichtsgevoel, vuur, de overwinning en de nederlaag, de eenzaamheid en de zeldzame momenten waarop je het idee hebt die te kunnen overwinnen: dat waren denk ik de dingen die voor hem telden.

Ik: En het schrijven niet?

Clarisse: Het schrijven was slechts een vehikel, een lapmiddel. Hij was in wezen een primitieve man: wat hij van waarde achtte was reeds lang voor het schrijven ontstaan.

Ik: Primitief?

Clarisse: Hij leefde in onze tijd, maar in hem voerden de sporen van een oerdrift de boventoon. Als je bij hem was, voelde het alsof je bij een steen, een boom, of een droge rivierbedding stond: dingen die te maken hebben met de nacht der tijden.

Ik: Wat gebeurde er die avond verder na zijn lezing?

Clarisse: We gingen uit eten: de directeur van het instituut, diens vrouw, uw vader en ik. Uw vader had een bezoek gebracht aan Le Bois Du Cazier, waar de vader van de directeur had gewerkt. Hij stelde vragen over onze ouders, over hoe ze in Charleroi waren beland. Hij wilde weten hoe de stad veranderd was. Waarom de industrie was ingestort. Hij was trouwens ook heel geestig.

Ik: Mag ik u een van de aantekeningen voorlezen die hij in die dagen over Charleroi heeft geschreven?

Clarisse: Ja, ga u gang.

Ik: “Op alle gezichten, trottoirs en etalages toont Charleroi de hardheid van haar bestaan, dat nooit van een leien dakje gaat, nooit een duwtje in de rug krijgt, maar zich strompelend voortsleept, met horten en stoten, terrein verliezend om het daarna met dezelfde volharding weer terug te winnen, voortdurend op het punt om zich over te geven, maar toch altijd doorploeterend.”

Clarisse: Hij kwam hier in augustus, de stad was leeg, de studenten waren weg en de inwoners die het zich konden veroorloven waren met vakantie. Ik denk dat dat zijn perceptie van de stad nogal heeft gekleurd. Hij zag haar als een plek in verval.

Ik: “De taxichauffeurs in Charleroi weten nooit waar een plek is, waar een straat is. Ze tikken de namen in hun navigatiesysteem, maar ook dat herkent ze niet. Bestemming onbekend. Dan bellen ze naar de centrale, ze bellen hun collega’s. De taxichauffeurs in Charleroi tasten in het duister. Langs de trottoirs vooral veel winkel die koffers verkopen en veel reisbureaus. Je krijgt indruk van een stad die de mensen willen verlaten, de rug toekeren, maar waarvan de uitgangen zorgvuldig zijn weggestopt achter herinneringen, gehechtheid, familie, arbeiderstrots, plichtsbesef, nostalgie, het verleden.”

Clarisse: Zoals ik al zei, hij was te hard. Te nietsontziend, maar ik denk dat dat een karaktertrek van hem was.

Ik: Wanneer zagen jullie elkaar weer terug?

Clarisse: De dag erna zijn we samen gaan lunchen. Waarom ik ja heb gezegd weet ik niet. Het is zo cliché: eenzame schrijver, gescheiden, werpt een lijntje uit naar meisje uit de streek dat Italiaans spreekt, zodat hij zich niet in allerlei bochten hoeft te wringen in een taal die niet de zijne is.

Ik: Dus hij belde u?

Clarisse: Ja, hij belde me ’s ochtends op en zei dat hij graag met me wilde lunchen. Hij bood aan om zelf wat te koken in het appartement waar hij verbleef, maar het leek me beter om in het centrum af te spreken.

Ik: En dus gingen jullie uit eten.

Clarisse: Ja, in een Frans restaurant.

Ik: Ik lees hier: “Frans restaurant, mosselsoep met gesmolten kaas. Niet te pruimen. Je gaat naar buiten met een gevoel van spijt. In deze stad is het eten verschrikkelijk. Erger dan verschrikkelijk, het is gewoon onzinnig en ongezond”, zou dit op die lunch kunnen slaan?

Clarisse: Nee, ik kan me niet herinneren dat we iets dergelijks hebben gegeten. We hadden overigens genoeg andere dingen om ruzie over te maken.

Ik: Maakten jullie ruzie?

Clarisse: Ja, ik vooral met hem, hij zat me alleen maar geamuseerd aan te kijken nadat hij het lontje had aangestoken.

Ik: Wilt u vertellen hoe dat ging?

Clarisse: Ik weet niet hoe we erop kwamen, maar uiteindelijk kregen we het over het feit dat ik niet uit Charleroi weg wilde, terwijl ik in Brugge een baan aangeboden had gekregen. Zijn stelling was dat steden als voorwerpen zijn: als je ze niet meer nodig hebt moet je ze kunnen afdanken. Deze stad had zijn tijd gehad, zei hij, en ook al had ze mijn grootouders hoop en een toekomst geboden, het had geen zin dat ik hier bleef om haar te zien sterven. Daar deed ik niemand een plezier mee, ook mijn grootouders niet.

Ik: En toen was u geïrriteerd.

Clarisse: En of ik geïrriteerd was. Hij kon iets zo overtuigend brengen dat het heel aannemelijk werd, ook al sloeg het nergens op. Het eten lag me ook zwaar op de maag. Thuis ben ik een uur yoga gaan doen. Dat deed ik vaak, toen was ik nog fanatiek.

Ik: En hij?

Clarisse: Hij had nog wat afspraken, met nakomelingen van Italiaanse immigranten. Ik kan me overigens niet voorstellen dat dat het onderwerp zou worden van het verhaal dat hij van plan was te schrijven. Dat lag te zeer voor de hand.

Ik: Wanneer sprak u hem weer?

Clarisse: Hij belde me nog dezelfde avond op: hij wilde de volgende dag naar Oostende gaan. Ik zei nog dat er misschien betere opties waren, maar zijn besluit stond vast. Eigenlijk moest ik wel om hem lachen. Uiteindelijk nam ik zijn uitnodiging aan, ik had het instituut tenslotte beloofd om hem te begeleiden, maar ik maakte meteen duidelijk dat ik voor het avondeten terug moest zijn. Mijn ouders kregen vrienden over de vloer die ik een tijd niet had gezien.

Ik: Gingen jullie met de auto of met de trein?

Clarisse: Met de trein, en toen we daar waren hebben we de hele middag gewandeld. We liepen over het strand van Oostende naar het volgende plaatsje. Het was een grijze dag in augustus. En hij leek precies te hebben gevonden waarnaar hij op zoek was: een groot strand, een loodgrijze zee, de koude wind en een vrouw met wie hij hand in hand kon wandelen.

Ik: Hand in hand? Was u dan niet meer geïrriteerd?

Clarisse: Uw vader was net een hond, of een vogel, hij had geen bepaald doel voor ogen, geen bijbedoelingen. Boos kon je niet op hem worden. Je kunt niet echt kwaad op een hond worden, je beslist of je hem wilt of niet, maar als je dan besluit om hem te houden, moet je het hem niet kwalijk nemen als hij aan het kleed gaat liggen knagen.

Ik: Waarover hadden jullie het tijdens de wandeling?

Clarisse: Hij was aan het woord: hij vertelde over u, over het huis dat hij net had opgeknapt, over een oude vriend die zat verstikt in zijn huwelijk. Ik hield alleen zijn hand vast. Toen we in het plaatsje aankwamen was het al laat, en hij zei dat hij zin had om een kamer te nemen en te vrijen.

Ik: Zei hij dat zo?

Clarisse: Ja, hij zag er geen kwaad in om gewoon te zeggen wat hij wilde. Hij was niet bang om afgewezen te worden: het was zijn manier van in het leven staan, de enige manier die hij kende. Ontwapenend, nietwaar?

Ik: Maar u had toch een etentje met vrienden?

Clarisse: Ik belde dat ik niet terug zou komen. Ik verzon dat er een lezing was en we bleven twee dagen in dat onbeduidende dorp, we aten, kletsten, bedreven vaak de liefde en dronken wijn. Waarschijnlijk alles waarnaar hij verlangd had vanaf het moment dat hij dat dorp had gezien, en al was het niet zaligmakend, op dat moment verlangde ik er ook naar.

Ik: Ik voel me een beetje opgelaten.

Clarisse: Ik kan u vertellen dat hij alles met dezelfde ongedwongenheid deed als eten, lopen en slapen, als u daarop doelt. Het was een natuurlijke handeling voor hem, zonder onderliggende gedachtes. Zonder ingewikkeld gedoe. Zoals je een hond aait, een baby oppakt, of op een stuk brood kauwt.

Ik: En daarna gingen jullie terug naar Charleroi?

Clarisse: Ja, met de trein, zwijgend in elkaars armen. Buiten regende het. Het had ongemakkelijk, sentimenteel of melodramatisch kunnen zijn, maar het was niets van dat alles. Met hem waren de dingen gewoon wat ze waren. Het regende, in de wagon was het koud, we zaten dicht tegen elkaar aan en we hadden geen behoefte om iets te zeggen. Na twee van die intense dagen viel er even niets aan toe voegen. Elke gedachte was ten uitvoer gebracht, onze hoofden waren leeg. Weet u wat hij tegen me zei toen we op het station van Charleroi aankwamen?

Ik: Nou?

Clarisse: Voordat hij op de bus stapte, keek hij naar een groepje jongeren en zei: “De studenten zijn terug, misschien heb ik te vroeg geoordeeld over deze stad.” Hij glimlachte, twee dagen later vertrok hij.

Ik: Hebben jullie elkaar de volgende dag niet meer gesproken?

Clarisse: Nee. Die donderdag belde het instituut en kreeg ik te horen van het ongeluk, waarna ik tot op de dag van vandaag niet meer over hem heb gepraat.

Ik: Met niemand?

Clarisse: Nee.

Ik: Waarom niet?

Clarisse: Al had ik twintig jaar met hem doorgebracht, dan had ik niet meer gekregen dan wat ik in die twee dagen heb gehad. Dit was wat hij te bieden had, tenminste, naar mij toe. En zo was het ook voor mij. Dat soort mannen heb je: als je dat niet aanvoelt en te veel van ze wilt, kunnen ze meedogenloos worden. En dan bewaar je dus een beeld van hem als een kille, gesloten en wrede man, iets wat ik, zoals u ziet, niet heb gedaan. Ik denk dat ook hij goede herinneringen aan mij zou hebben bewaard, maar ook als hij nog lang was blijven leven zouden we elkaar niet meer hebben teruggezien. Of op zijn hoogst pas na vele jaren, en dan weer voor twee dagen zo ongeveer als toen.

Ik: Het klinkt allemaal heel wijs.

Clarisse: Ben je mal, dit zijn afwegingen die je pas achteraf maakt, dan is het makkelijk.

Ik: Ik moest maar weer eens opstappen, het is etenstijd en ik heb u lang genoeg lastiggevallen. Wanneer ik het interview heb uitgeschreven, zal ik het opsturen, zodat u nog dingen kunt wegstrepen of verbeteren die u niet bevallen.

Clarisse: Dat is niet nodig. Ik vraag u wel om alleen mijn voornaam te gebruiken. Niet mijn achternaam, die is van geen belang.

Ik: Akkoord. Ik zou het leuk vinden om u nog eens te spreken.

Clarisse: Ja, dat zou leuk zijn, maar dat zal niet gebeuren.

Ik: Hoezo niet?

Clarisse: Omdat u op uw vader lijkt. En trouwens, is het niet veel mooier afscheid nemen wanneer je weet dat het echt een afscheid is?

 


Vertaald door Pieter van der Drift

 

Pieter van der Drift (1965) studeerde in Nijmegen en Rome, Mediterrane Studies en Italiaanse taal- en letterkunde. Na een korte carrière als ondertitelaar stortte hij zich op het literair vertalen, soms samen met zijn partner Manon Smits, maar meestal alleen. Naast een aantal kinderboeken zoals De laatste elf van Silvana de Mari en de Century-reeks van Pierdomenico Baccalario, vertaalde hij onder andere De huid van de draak van Giuseppe Genna, De zus van Mozart van Rita Charbonnier, Van acquit van Pietro Grossi en natuurlijk Een ochtend in Irgalem en De steeneter van Davide Longo. Momenteel is hij bezig met Longo’s derde roman L’uomo verticale.

 

Podcast voorgelezen door Cootje Veelenturf & Marjolein van der Meer, student aan de opleiding Drama/ Woordkunst van het Koninklijk Conservatorium Antwerpen, Artesis Hogeschool

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Interview n°6 (FR)

Dans son citybook Interview n°6, l’auteur italien Davide Longo a-t-il imaginé un dialogue dans lequel une femme évoque des souvenirs d’un écrivain qui a vécu jadis à Charleroi.

 

Moi : Est-ce que le magnétophone vous dérange ? Si vous voulez, je peux me contenter de prendre des notes.

Clarisse : Non, ça va.

Moi : Je vous remercie de m’avoir reçue. Mon appel a dû vous sembler un peu extravagant.

Clarisse : Mon mari est peintre et mon fils mathématicien, plus aucune extravagance ne peut me surprendre.

Moi : Les tableaux sont de votre mari ?

Clarisse : Tous excepté celui-ci, c’est moi qui l’ai peint.

Moi : Il est très beau.

Clarisse : Ce n’est pas vrai mais je vous remercie. Il fut un temps où Pieter tentait de me convaincre et de se convaincre lui-même que j’avais quelque talent mais quoique l’amour puisse tant de choses…

Moi : Votre maison est très accueillante.

Clarisse : Merci, asseyez-vous, ne restons pas debout.

Moi : Bien, maintenant je crois vous devoir des explications.

Clarisse : Je vous écoute.

Moi : Avant toute chose, je dois vous avouer un petit mensonge : je ne suis pas journaliste comme je vous l’ai dit au téléphone.

Clarisse : Ah non ?

Moi : Non, j’enseigne la littérature française à l’université de Marseille et depuis quelques mois, je travaille sur une biographie de mon père… Pourquoi souriez-vous ?

Clarisse : Je crois avoir compris.

Moi : Vraiment ?

Clarisse : Bien que votre français soit parfait, je reconnais encore une Italienne. Une Hollandaise ou une Allemande ne m’auraient jamais demandé de qui sont les tableaux. Nous, par contre, nous commençons toujours par un détail superflu. Les gens ici considèrent cela comme une forme d’excentricité, un déraillement de la pensée parfois séduisant mais le plus souvent risqué. Par chance, mon mari adhérait à la première idée.

Moi : Cependant, vous êtes née ici en Belgique.

Clarisse : Oui, mais j’ai hérité de ma grand-mère les traits italiens. Mon fils par contre, non. Les gènes du côté paternel ont prévalu.

Moi : Vous avez enseigné la psychologie, vous êtes avantagée pour saisir certaines choses.

Clarisse : Je vous en prie, j’enseignais Freud à des lycéennes de seize ans qui s’intéressaient à l’interprétation des rêves pour savoir si leur fiancé les trahissait. Á combien de personnes avez-vous parlé jusqu’ici ?

Moi : Une vingtaine.

Clarisse : Un joli nombre. Comment les avez-vous choisies ?

Moi : J’ai cherché des personnes qui avaient partagé des moments d’intimité avec mon père, en dehors de son métier d’écrivain. Il existe déjà des travaux de critique littéraire et quelques biographies sur lui. Je voudrais donner un angle différent à mon livre.

Clarisse : Y a-t-il un psychanalyste derrière tout cela ? Des choses non résolues avec votre père ? Ne vous offensez pas, c’est une question innocente, rien de professionnel.

Moi : Je ne m’offense pas, non, aucun psychanalyste. Mon père est mort quand j’avais sept ans ; les premiers temps, les souvenirs affectueux que je gardais de lui m’ont suffi. Puis j’ai lu ses livres et il m’a semblé le connaître. Mais une fois adulte, j’ai pris conscience que nous gardons tous un endroit inaccessible aux enfants, et, si nous sommes écrivains, inaccessible aux lecteurs aussi. C’est un espace qui accueille seulement les amis intimes et quelques amours. La pire des choses quand on perd un parent très tôt, c’est que, pour soi, la porte de cet endroit risque de rester fermée pour toujours.

Clarisse : Et votre mère ?

Moi : Quand mon père est mort, ils étaient séparés depuis quatre ans et leurs relations n’avaient de toute façon jamais été bonnes. Le portrait que ma mère conserve de lui est très partial, je crois. Peut-être pas plus négatif que la réalité, mais quoi qu’il en soit déformé.

Clarisse : Les personnes que vous avez interviewées vous ont dit des choses intéressantes ?

Moi : À vrai dire, seules six sur les vingt que j’ai retrouvées, ont accepté de me rencontrer. La réponse la plus fréquente a été : « Je ne crois pas pouvoir vous être utile, je ne l’ai pas assez connu ». Je pense que les gens se sentent embarrassés de parler d’un homme en présence de sa fille. Comme s’ils avaient peur de piétiner une crèche. C’est pour cela que j’ai inventé l’histoire de la journaliste. Les gens sont mieux disposés envers une professionnelle qui n’a pas de liens avec la personne en question.

Clarisse : Je peux vous demander comment vous êtes arrivée jusqu’à moi ?

Moi : Au fil des jours qu’il passa ici au cours de l’été 2011, mon père prit des notes dans ce carnet.

Clarisse : Celui-ci ?

Moi : Oui, vous vous en souvenez ?

Clarisse : Non, je ne crois pas l’avoir jamais vu.

Moi : On y trouve des heures de rendez-vous, des numéros de bus, des contacts téléphoniques et une série d’annotations pour le récit qu’il aurait dû écrire une fois rentré en Italie. Récit qu’il n’écrivit jamais, comme vous le savez.

Clarisse : Oui, j’ai appris l’accident le lendemain de son départ. L’Institut m’a appelé.

Moi : Parmi les notes du carnet, j’ai trouvé votre nom : Clarisse. Alors j’ai téléphoné à l’Institut : la secrétaire m’a confirmé qu’il s’agissait de vous. Vous travailliez souvent pour eux à l’époque ?

Clarisse : Occasionnellement. Du reste, il n’était pas difficile de trouver quelqu’un qui sache parler italien à Charleroi. Dans le cas de votre père, on a fait appel à moi parce que j’avais une formation humaniste. À la maison circulaient de nombreux romans italiens : ma mère était enseignante, mon père rédacteur en chef d’une revue.

Moi : Qu’est-ce que l’Institut vous a dit ?

Clarisse : Qu’un écrivain italien était à Charleroi pour deux semaines, qu’il devait donner quelques conférences et s’entretenir avec des journalistes mais que son français était très mauvais et son anglais à peine suffisant.

Moi : Vous aviez déjà entendu parler de mon père, en tant qu’écrivain j’entends ?

Clarisse : Non, je ne le connaissais pas et très sincèrement, je ne suis pas allée voir sur Internet à quoi il ressemblait et quels livres il avait écrits. C’est le genre de choses auxquelles les écrivains s’attendent : que l’on aille éplucher la toile à la recherche d’informations sur leur compte.

Moi : Quelle impression vous a-t-il fait quand vous l’avez vu ?

Clarisse : Nous nous sommes rencontrés dans le hall de la salle de conférence, un quart d’heure avant le début. Il m’a paru grand, maigre et trop en forme pour un homme de lettres. J’ai perçu une dystonie, comme si, en somme, entre l’écrivain et le corps qui l’hébergeait existait une incompatibilité. Vous avez interviewé d’autres femmes ?

Moi : Quatre.

Clarisse : Est-ce que l’une d’elles vous a parlé d’une chose similaire ?

Moi : Non.

Clarisse : Pourquoi riez-vous ?

Moi : L’une d’entre elles a avoué que, lorsqu’elle avait vu pour la première fois les bras de mon père, elle avait éprouvé un tressaillement érotique.

Clarisse : Un tressaillement érotique ? Mon Dieu, a-t-elle vraiment dit cela ?

Moi : Oui, c’est l’expression qu’elle a utilisée. Je m’en souviens parce que je l’ai transcrite il y a quelques jours.

Clarisse : Cette femme n’a donc pas hésité à se compromettre. Si vous vous attendez à ce que j’en fasse autant, je crois que vous serez déçue. Je voudrais me sentir libre de m’arrêter quand on abordera certains sujets. Je ne vous l’ai pas dit clairement auparavant mais c’est sous-entendu.

Moi : Bien sûr. Comment se passa la conférence ?

Clarisse : Elle fut différente de ce que tout le monde attendait.

Moi : Que voulez-vous dire ?

Clarisse : Votre père était un écrivain invité par la ville à séjourner quinze jours ici. Ses livres n’étaient pas connus en Belgique, il ne faisait donc aucun doute que le discours allait porter sur ses impressions au sujet de Charleroi. Votre père fut sincère, personne ne peut le lui reprocher, mais à mon avis, excessivement sévère ; trop critique. Un certain ressentiment se répandit dans la salle : personne n’aime inviter quelqu’un à dîner et entendre des critiques sur l’agencement des meubles ou le choix de la vaisselle. Mais votre père ne se troubla pas et il continua dans cette veine.

Moi : Ce ne fut donc pas une belle soirée.

Clarisse : Ce n’est pas tout à fait vrai. Ce fut une soirée intéressante. Votre père posa beaucoup de questions au public et les gens tombèrent dans le piège.

Moi : Quel piège ?

Clarisse : Il n’était pas vraiment intéressé par ce que les gens pouvaient lui dire. Les faire parler était seulement un moyen de les tenir à distance et il était très habile à ce petit jeu : le public rentra chez lui content, persuadé d’avoir eu affaire à un écrivain ouvert et disponible, une vraie rareté.

Moi : Il ne l’était pas ?

Clarisse : C’était un homme correct et avec un sens aigu du devoir : il savait que le contact avec ses lecteurs faisait partie de son travail et il aimait qu’ils sortent de leurs rencontres en ayant une bonne opinion de lui, mais « exposer la marchandise » ne l’intéressait pas vraiment. Comme le dit un psychiatre très renommé, « il avait posté des gardiens aux portes de sa ville pour éloigner les casse-pieds et se concentrer sur ce qu’il considérait comme important ».

Moi : Il vous a paru froid alors ?

Clarisse : Je ne dirais pas cela. C’était un homme qui pouvait à la fois distraire les gens dans le salon et œuvrer à l’étage à ses affaires. Seule une personne dotée d’une grande énergie peut faire une chose semblable et quand il y a de l’énergie, on n’est jamais en présence d’un homme froid. En fait, je pense que votre père pouvait se donner sans compter s’il décidait que la personne ou le projet le méritait. Démolir et construire des murs que d’autres hommes arrivent à peine à concevoir. Par ailleurs, il pouvait tout aussi bien être cruel comme une source asséchée. Ce n’étaient certes pas les supplications qui l’ébranlaient.

Moi : Quelles étaient les choses importantes pour lui, à votre avis ?

Clarisse : Vous étiez importante, la descendance, le sang, la chair, le corps, le courage, le devoir, le feu, la victoire, la défaite, la solitude et les rares moments où on a l’impression de pouvoir la vaincre : voilà les choses qui, je crois, comptaient pour lui.

Moi : Et pas l’écriture ?

Clarisse : L’écriture était seulement un moyen, un expédient. C’était au fond un homme primitif : ce qui lui importait était né bien avant l’écriture.

Moi : Primitif ?

Clarisse : Il habitait la modernité mais un trait primordial dominait chez lui. Être à ses côtés était comme être à côté d’une pierre, d’un arbre, du lit d’une rivière : des choses qui ont à voir avec la nuit des temps.

Moi : Comment se poursuivit la soirée après la conférence ?

Clarisse : Nous sommes allés dîner : le directeur de l’Institut, sa femme, lui et moi. Votre père avait visité Le Bois Du Cazier où le père du directeur avait travaillé. Il nous posa des questions sur nos parents, sur leur arrivée à Charleroi. Il voulut savoir comment la ville avait changé. Les raisons du déclin industriel. Il fut très drôle aussi.

Moi : Voulez-vous que je vous lise une des notes qu’il écrivit pendant ces jours-là à propos de Charleroi ?

Clarisse : Oui, lisez-la.

Moi : « Sur chaque visage, trottoir ou vitrine, Charleroi témoigne de la difficulté de vivre, de la fatigue d’une existence qui ne s’écoule jamais en pente, aidée par le destin, mais qui avance péniblement, glissant et perdant du terrain pour ensuite le regagner avec la même constance, toujours sur le point de se rendre et poursuivant néanmoins la route ».

Clarisse : Il est venu en août, la ville était déserte, il n’y avait pas d’étudiants et les habitants qui avaient les moyens étaient partis en vacances. Je crois que cela conditionna sa perception de la ville. Il la vit comme un endroit dégradé.

Moi : « Á Charleroi, les chauffeurs de taxi ne savent jamais où sont les lieux, où sont les rues. Ils insèrent les noms dans leur navigateur qui ne les reconnaît pas davantage. Destination inconnue. Alors, ils téléphonent à la centrale, ils téléphonent aux collègues. À Charleroi, les chauffeurs de taxi avancent à tâtons dans l’obscurité. Le long des trottoirs, de nombreux magasins de valises, de nombreuses agences de voyage... L’impression d’un endroit d’où les gens veulent partir, s’en aller, mais dont les sorties ont été savamment cachées derrière les souvenirs, l’attachement, la famille, l’orgueil ouvrier, le rachat, la nostalgie, le passé ».

Clarisse : Comme je vous l’ai dit, il fut trop sévère. Trop tranchant, mais je crois que c’était un trait de son caractère.

Moi : Quand vous êtes-vous revus ?

Clarisse : Nous avons déjeuné ensemble le lendemain. Je ne sais pas pourquoi j’ai accepté. Je connaissais le tableau : écrivain seul, divorcé, met le grappin sur la fille du coin qui parle italien et ne le forcera pas à des contorsions avec une langue qu’il connaît mal.

Moi : C’est lui qui vous a appelée alors ?

Clarisse : Oui, il m’a appelée le matin et m’a dit que ça lui ferait plaisir que l’on déjeune ensemble. Il se proposait de cuisiner dans l’appartement mis à sa disposition mais je préférais que l’on se rencontre dans le centre.

Moi : Ainsi, vous avez déjeuné dehors.

Clarisse : Oui, dans un restaurant français.

Moi : Je vous lis ces lignes : « Restaurant français, soupe aux moules avec fromage fondu. Innommable. Une fois sortis, on en conserve le remords. Dans cette ville, on mange de façon horrible. Pire qu’horrible : insensée et malsaine ». Se peut-il qu’il fasse allusion à ce déjeuner ?

Clarisse : Non, il ne me semble pas que nous ayons mangé quoi que ce soit de semblable. Par contre, nous avons trouvé d’autres raisons de nous disputer.

Moi : Vous vous êtes disputés ?

Clarisse : C’est moi qui me suis disputée, lui se contentait de me regarder, amusé, après avoir allumé la mèche.

Moi : Vous voulez bien me raconter comment cela s’est passé ?

Clarisse : J’ignore de quelle façon nous avons fini par parler du fait que je ne voulais pas quitter Charleroi bien que j’eusse reçu une proposition de travail à Bruges. Il soutenait que les villes sont comme les choses : quand elles ne servent plus, il faut les abandonner. Cette ville a fait son temps, disait-il, et même si elle n’avait pas donné un espoir et un avenir à mes grands-parents, il était inutile que je reste ici à la regarder mourir. Je ne rendais service à personne, encore moins à mes grands-parents.

Moi : Et vous vous êtes mise en colère.

Clarisse : Bien sûr que je me suis mise en colère. Il y avait une fermeté dans sa façon de dire les choses qui les rendait tangibles, même si elles étaient profondément erronées. Je n’ai pas digéré le déjeuner. Ensuite, je suis rentrée chez moi et j’ai fait une heure de yoga. Á l’époque, j’en faisais énormément. J’étais très assidue.

Moi : Et lui ?

Clarisse : Il devait rencontrer quelques personnes, des fils d’immigrés italiens. Quoi qu’il en soit, je ne crois pas que ce fût le sujet du récit qu’il avait l’intention d’écrire. C’était un choix trop évident.

Moi : Quand l’avez-vous eu au téléphone à nouveau ?

Clarisse : Le soir même : il voulait aller à Ostende le lendemain. Je l’ai prévenu que ce n’était pas une des meilleures choses à faire mais je n’ai pas réussi à l’en dissuader. Il m’a fait rire. Á la fin, j’ai accepté de l’accompagner, j’étais à la disposition de l’Institut, toutefois j’ai été claire sur le fait que je devais être de retour pour le dîner. Mes parents avaient invité quelques amis que je tenais à revoir.

Moi : Vous y êtes allés en voiture ou en train ?

Clarisse : En train et une fois là-bas, nous nous sommes promenés toute l’après-midi. Depuis Ostende, nous avons rejoint le village voisin en marchant sur le sable. C’était un jour gris d’août. Il semblait avoir trouvé exactement ce qu’il cherchait : une longue plage, une mer ferreuse, le vent froid et une femme avec qui marcher main dans la main.

Moi : Main dans la main ? Vous n’étiez plus en colère contre lui ?

Clarisse : Votre père était comme les chiens, comme les oiseaux, il agissait sans arrière-pensée, par pur besoin. On ne pouvait être en colère contre lui. Vous ne pouvez pas être en colère contre un chien, vous devez seulement choisir si vous le voulez ou non, mais si vous décidez de le garder, vous ne pouvez pas lui en vouloir s’il mordille le tapis.

Moi : De quoi avez-vous parlé pendant la promenade ?

Clarisse : C’est lui qui a parlé : de vous, de la maison qu’il venait de restaurer, d’un vieil ami qui étouffait dans son couple. Je me contentais de le tenir par la main. Quand nous arrivâmes au village, il était très tard et il dit qu’il avait envie de trouver une chambre et de faire l’amour.

Moi : Il vous l’a dit ainsi ?

Clarisse : Oui, il ne voyait rien de mal à dire ce qu’il désirait. Il n’avait pas peur d’être repoussé : c’était sa façon d’être au monde, la seule qu’il connût. Désarmant, vous ne trouvez pas ?

Moi : Mais vous, vous aviez ce dîner avec vos amis ?

Clarisse : J’ai téléphoné pour dire que je ne rentrerais pas. J’ai prétexté une conférence et nous sommes restés deux jours dans ce village insignifiant à manger, parler, faire souvent l’amour et boire du vin. Tout ce qu’il avait probablement désiré dès qu’il avait vu ce village et que, peut-être pas de façon aussi absolue, je désirais aussi à ce moment-là.

Moi : Je me sens gênée.

Clarisse : Je peux vous dire qu’il faisait toute chose avec le même naturel qu’il mettait à manger, marcher et dormir, si c’est à cela que vous faites allusion. C’était un geste naturel pour lui, sans superstructures. Aucune complication mentale. Comme caresser un chien, prendre un enfant dans les bras ou mastiquer un morceau de pain.

Moi : Puis vous êtes rentrés à Charleroi ?

Clarisse : Oui, en train, enlacés et silencieux. Il pleuvait dehors. Cela aurait pu être rhétorique, mièvre ou mélodramatique, mais ce ne fut rien de tout cela. Avec lui, les choses étaient seulement les choses. Il pleuvait, dans le wagon il faisait froid, nous, nous restions enlacés et nous n’éprouvions pas le besoin de parler. Après toute cette intensité, il n’y avait rien d’autre à ajouter. Chaque idée avait été incarnée, il ne restait rien dans nos têtes. Vous savez ce qu’il m’a dit quand nous sommes arrivés à la gare de Charleroi ?

Moi : Quoi ?

Clarisse : Avant de monter dans le bus, il a regardé un groupe de jeunes et dit : « Les étudiants sont revenus, j’ai peut-être été trop hâtif à juger cette ville ». Puis il a souri et deux jours plus tard, il est parti.

Moi : Vous ne vous êtes pas appelés le jour suivant ?

Clarisse : Non. L’Institut m’a téléphoné le jeudi pour m’informer de l’accident. Ensuite, je n’ai plus parlé de lui jusqu’à aujourd’hui.

Moi : Avec personne ?

Clarisse : Non.

Moi : Pourquoi ?

Clarisse : J’aurais pu passer vingt ans avec lui sans recevoir plus que ce que j’ai eu pendant ces deux jours-là. C’était sa mesure, au moins à mon égard. Et il en allait de même pour moi. Il y a des hommes ainsi faits : si on ne s’en rend pas compte et que l’on cherche à passer la barrière, ils peuvent devenir impitoyables. Alors on conservera d’eux l’image d’hommes froids, fermés et farouches, ce qui n’est pas mon cas comme vous le voyez. Je crois que lui aussi aurait gardé un bon souvenir de moi, mais s’il avait vécu longtemps, nous ne nous serions pas revus. Si jamais cela s’était passé, cela aurait été après des années et pour deux jours peu différents de ceux que nous avions connus.

Moi : Voilà des paroles bien sages.

Clarisse : Pour l’amour de Dieu, ce sont des comptes qui se font après, quand tout est facile.

Moi : Je vais vous laisser maintenant, c’est l’heure du dîner et je vous ai assez dérangée. Une fois l’interview transcrite, je vous l’enverrai, vous pourrez éliminer ou corriger ce qui ne vous plaît pas.

Clarisse : Cela importe peu. Je vous demande une seule chose : mentionnez seulement mon prénom. N’écrivez pas le nom de famille, le nom de famille n’a aucune importance.

Moi : D’accord, j’aimerais vous rappeler un jour.

Clarisse : Oui, ce serait bien mais cela n’arrivera pas.

Moi : Pourquoi ?

Clarisse : Parce que vous ressemblez à votre père. D’ailleurs c’est bien de se dire au revoir en sachant qu’il s’agit d’un adieu, vous ne trouvez pas ?

 

Traduction de l’italien par Catherine Baldisserri


Après avoir terminé ses études de Littérature et de Langues étrangères (anglais – allemand – italien), Catherine Baldisserri (Saumur, France, 1964) a habité un an à Londres et quatre ans en Italie. De retour en France, elle a enseigné l’anglais et l’italien dans une école secondaire pendant dix ans. Au Festival de la Littérature à Mantova en 2004, elle a lu le livre One morning in Irgalem [Une matinée à Irgalem] de Davide Longo, qui l’a immédiatement émerveillé. Catherine a donc décidé de faire publier ce livre en France. Voilà comment elle s’est lancée dans la traduction pour de bon. Depuis lors, elle a traduit les œuvres de Davide Longo et d’autres livres écrits en anglais. Le dernier livre était Raga Mala, une autobiographie de Ravi Shankar.

 

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Interview No. 6

For citybooks Charleroi, the Italian author Davide Longo wrote Interview No.6, a dialogue in which a woman fetches up memories of a writer than once lived in Charleroi

 

Me – Do you mind me using the tape recorder? I can just take notes if you prefer.

Clarisse – No, that’s fine.

Me – Thank you for agreeing to see me. My phone call must have seemed a bit peculiar.

Clarisse – My husband’s a painter and my son’s a mathematician, there’s not much I find peculiar any more.

Me – Are these paintings your husband’s?

Clarisse – All except that one, that one’s mine.

Me – It’s beautiful.

Clarisse – That’s not true, but thanks anyway. There was a time when Pieter tried to convince me, and himself, that I had talent, but although love can do many things...

Me – You have a very cosy home.

Clarisse – Thank you. Sit down, there’s no point in standing.

Me – Well, now, I think I owe you a bit of an explanation.

Clarisse – Go on.

Me – Before anything else, I have to own up to a small lie: I’m not a journalist as I said on the phone.

Clarisse – Really?

Me – No, I teach French literature at the University of Marseilles and for some months now I’ve been working on a biography of my father… Why are you smiling?

Clarisse – I think I understand.

Me – You do?

Clarisse – Although your French is perfect, I can still recognise an Italian woman. Nobody Dutch or German would ever have asked me whom the paintings were by. But we always start with an inessential detail. People here see that as a kind of eccentricity, an offbeat way of thinking that may sometimes be attractive, but is usually unhealthy. Luckily, my husband was of the former opinion.

Me – But you were born here in Belgium.

Clarisse – Yes, but I inherited that Italian trait from my grandmother. My son doesn’t have it, though. The paternal genes predominated in him.

Me – You’ve taught psychology; that gives you an advantage in grasping things.

Clarisse – Oh, please! I taught Freud to sixteen-year-old girls interested in interpreting their dreams and finding out if their boyfriends were cheating on them. How many people have you spoken to so far?

Me – About twenty.

Clarisse – A decent number, how did you choose them?

Me – I looked for people who’d had some kind of private relationship with my father, rather than those connected with his profession as a writer. There are already works of criticism and a couple of biographies about him. I’d like to give my book a different tone.

Clarisse – Is there an analyst behind all this? Do you have unresolved issues with your father? No offence meant; it’s an innocent question, not a professional one.

Me – No offence taken. No, there’s no analyst. I was seven when my father died, and for a while the affectionate memories I had of him were enough for me. Then I read his books and thought I knew him, but once I grew up I realised that we all have a room inside us that’s barred to our children and, if we are writers, to our readers too. It’s a room only close friends and a few lovers are admitted to. The worst thing when you lose a parent very early is that the door to that room may be closed to you forever.

Clarisse – And your mother?

Me – At the time my father died they’d been separated for four years, and their relationship had never been good anyway. I think the image my mother has of him is very biased. Maybe no more negative than the reality, but still distorted.

Clarisse – Did the people you interviewed tell you anything interesting?

Me – To be quite honest, of the twenty I traced only six agreed to meet me. The most frequent response was: “I don’t think I can be of any use to you, I didn’t know him well enough.” I don’t think people feel comfortable talking about a man to his daughter. It’s as if they were afraid of trampling on a Nativity scene. That’s why I made up the story about being a journalist. People are more willing to speak to a professional without ties to the person involved.

Clarisse – Do you mind me asking how you tracked me down?

Me – When my father was here in the summer of 2011, he kept a notebook.

Clarisse – That one?

Me – Yes, do you recognise it?

Clarisse – No, I don’t think I ever saw it.

Me – He noted down appointments, buses to catch, phone numbers, and a series of notes for the story he intended to write when he got back to Italy. A story that, as you know, he never wrote.

Clarisse – Yes, I heard about the accident the day after he left. They phoned me from the Institute.

Me – Among these notes I found your name: Clarisse. So I phoned the Institute, and the secretary told me it was you. Did you often work for them at that time?

Clarisse – Occasionally. Not that it was difficult to find someone who spoke Italian in Charleroi. In the case of your father, they asked me because I had an arts background. There were always Italian novels in our house: my mother was a teacher, and my father edited a magazine.

Me – What did they tell you at the Institute?

Clarisse – That an Italian writer was in Charleroi for two weeks and would be giving a few lectures and speaking to a couple of journalists, but that his French was very poor and his English barely adequate.

Me – Had you ever heard of my father, as a writer, I mean?

Clarisse – No, I didn’t know him and to be honest I didn’t go on the Internet to see what he looked like or what books he’d written. It’s the kind of thing writers expect you to do: to comb the Web in search of information about them.

Me – What was your first impression of him?

Clarisse – We met in the foyer of the lecture hall a quarter of an hour before he started. He seemed tall, thin, and too fit to be a man of letters. He seemed all wrong, in other words, as if there was something incompatible between the writer and the body that housed him. Have you interviewed other women?

Me – Four of them.

Clarisse – Did any of them tell you something similar?

Me – No.

Clarisse – Why are you laughing?

Me – One of them said that when she saw my father’s arms for the first time she felt an erotic shock.

Clarisse – An erotic shock? My God, did she really say that?

Me – Yes, those were the words she used. I remember because I transcribed them a few days ago.

Clarisse – The woman really gave herself away. If you’re expecting me to do likewise, I think you’ll be disappointed. I’d like to feel free to stop if we get to a subject I don’t want to tackle. I didn’t make that clear from the start, but I hope it’s understood.

Me – Of course. How did the lecture go?

Clarisse – Not the way everyone was expecting.

Me – How do you mean?

Clarisse – Your father was a writer invited by the city to spend two weeks as a guest. As his books weren’t known in Belgium, it was obvious his lecture would be about his impressions of Charleroi. Your father was sincere, nobody can gainsay that, but far too severe in my opinion, too judgemental. You could feel a kind of resentment in the hall: nobody likes to invite someone to dinner and then hear them criticise the arrangement of the furniture or the choice of dishes. But your father didn’t care; he just kept on going.

Me – So it wasn’t a good evening?

Clarisse – I wouldn’t say that. It was an interesting evening. Your father asked the audience a lot of questions and people fell into the trap.

Me – What trap?

Clarisse – He wasn’t really interested in what people might tell him. Getting them to speak was just a way of keeping them at bay, and he was very good at that: the audience went home happy, convinced they had met that true rarity: a writer who was open and accessible.

Me – And wasn’t he?

Clarisse – He was a fair man, a man with a strong sense of duty. He knew that part of his job involved meeting his readers and he liked them to come away from the encounter with a good opinion of him, but he wasn’t really interested in ‘displaying the goods’. As a well-known psychiatrist puts it, “He had put guards on the gates of his city, to keep out nuisances and concentrate on what he considered important.”

Me – So he struck you as a cold man?

Clarisse – I wouldn’t say that. He was a man who could entertain people in the living room and at the same time work on his own things upstairs. Only a person with a lot of energy can do that, and where there’s energy you’re not often dealing with coldness. On the contrary, I think your father could give unsparingly of himself if he decided that the person or the project deserved it. That he could knock down and build walls that other men can’t even conceive. On the other hand, he could be as cruel as a dried-up fountain. And no amount of begging could make him shift his position.

Me – In your opinion, what were the important things for him?

Clarisse – You were important, the family line: blood, flesh, bodies, courage, duty, fire, victory, defeat, solitude and the rare moments when you have the impression you might overcome it. I think these were the things that mattered to him.

Me – Not writing?

Clarisse – Writing was only a means, a ploy. Deep down he was quite primitive: what mattered to him long predated writing.

Me – Primitive?

Clarisse – He lived in the modern world, but the primeval side of him predominated. Being with him was like being near a stone, a tree, a riverbank: things that have been there since the dawn of time.

Me – How did the evening continue after the lecture?

Clarisse – We went to dinner: the director of the Institute and his wife, your father and I. Your father had been to visit Le Bois Du Cazier, where the director’s father had worked. He asked us about our parents, and how they’d come to Charleroi. He wanted to know how the city had changed, the reasons for its industrial decline. He was actually quite witty.

Me – Can I read you one of the notes he made about Charleroi at the time?

Clarisse – Yes, please do.

Me – “Every face, every street, every shop window in Charleroi expresses the difficulty of living, the grind of an existence that never runs smoothly, with fate on its side, but is always lurching, sliding, losing ground, only to regain it with the same determination, always on the verge of surrendering and yet carrying on.”

Clarisse – He came in August: the city was empty, there were no students and those inhabitants who could have gone on holiday had. I think that conditioned his view of the city. He saw it as a place of decay.

Me – “The taxi drivers in Charleroi never know where anything is, where streets are. They put the names in the SatNav, but even that doesn’t recognise them: destination unknown. So they phone the office, they phone their colleagues. The taxi drivers in Charleroi grope in the dark. There are lots of luggage shops and travel agencies. The impression is of a place people want to leave, to get away from, but their departures have been deftly thwarted by memories, attachments, families, working-class pride, redemption, nostalgia, the past.”

Clarisse – As I told you, he was too severe, too tranchant. But I think that was his character.

Me – When did you see each other again?

Clarisse – The next day we had lunch together. I don’t know why I accepted. I knew the score: a writer on his own, divorced, trying to snare a local girl who speaks Italian and won’t force him to have to struggle with a language he doesn’t know well.

Me – So he was the one who telephoned you?

Clarisse – Yes, he called me in the morning and told me he’d like to have lunch with me. He offered to cook in the apartment where he was staying, but I thought it was better to meet in the centre. Me – So you had lunch out.

Clarisse – Yes, in a French restaurant.

Me – Let me read you this: “French restaurant, mussel soup with melted cheese. Disgusting. The memory of it stays with you. People in this city eat really badly. Not just badly: senselessly, insanely.” Do you think he was referring to that lunch?

Clarisse – No, I don’t think we ate anything like that. Anyway, we found other reasons to argue.

Me – You argued?

Clarisse – I was the one who argued, he just lit the fuse and then sat back and watched me with a smile on his face.

Me – Do you want to tell me what it was about?

Clarisse – I don’t know how, but we ended up talking about the fact that I didn’t want to leave Charleroi even though I’d had the offer of a job in Bruges. He maintained that cities are like things: when they’ve outlived their usefulness you have to abandon them. This city had had its day, he kept saying, and, even though it had given hope and a future to my grandparents, it was pointless my staying here to watch it die. I wasn’t doing anyone a favour, certainly not my grandparents.

Me – And that made you angry.

Clarisse – Of course it did. There was a conviction about the way he said things that made them tangible, even when he was completely wrong. I couldn’t even digest my lunch. I went home and did an hour’s yoga. I was doing quite a bit of that at the time. I was very determined.

Me – And what about him?

Clarisse – He had other people to meet, the children of Italian immigrants. Though I don’t think that was the subject of the story he intended to write. That would have been too obvious.

Me – When did you hear from him again?

Clarisse – He called me the same evening: he wanted to go to Ostend the next day. I told him that wasn’t the best thing he could do, but there was no way to dissuade him. He made me laugh. In the end I agreed to go with him, I’d told the Institute I was available, but I made it clear I would have to be back for dinner. My family had invited a few friends I wanted to see.

Me – Did you go by car or train?

Clarisse – By train, and, once we arrived, we walked all afternoon. We walked along the beach from Ostend to the next village. It was a grey August day. He seemed to have found exactly what he was looking for: a big beach, sea the colour of metal, a cold wind, and a woman to walk hand in hand with.

Me – Hand in hand? Weren’t you angry with him?

Clarisse – Your father was like a dog, like a bird: he didn’t act with an ulterior motive, but out of need. You couldn’t be angry with him. You can’t be angry at a dog, you just have to decide if you want him or not, but if you choose to keep him, you can’t get upset with him when he chews the carpet.

Me – What did you talk about as you walked?

Clarisse – He did the talking: he told me about you, about the house he’d just renovated, about an old friend trapped in a stifling marriage. I just held his hand. By the time we got to the village it was very late and he said he wanted to find a room and make love.

Me – He said it just like that?

Clarisse – Yes, he saw nothing wrong about saying what he wanted. He wasn’t afraid of being rejected: that was the way he was, the only way he knew. Disarming, don’t you think?

Me – But you were having dinner with your friends.

Clarisse – I phoned to say I wouldn’t be back. I made up a story and we stayed in that unremarkable village for two days, eating, talking, making love a lot, and drinking wine. He’d probably wanted all that as soon as he saw the village. So had I, I suppose, though not as much as him.

Me – I’m embarrassed.

Clarisse – I can tell you he did everything with the same naturalness as he ate, walked and slept, if that’s what you’re referring to. It was natural to him. No psychological complications. Like stroking a dog, taking a child in your arms, or chewing a piece of bread.

Me – Then you came back to Charleroi?

Clarisse – Yes, by train, in each other’s arms, in silence. It was raining outside. He could have been rhetorical, mawkish or melodramatic, but he wasn’t any of that. With him, things were only things. It was raining, it was cold in the carriage, we were in each other’s arms and we didn’t need to say anything. After all that intensity, there was nothing else to add. Every thought had found physical expression, there was outside nothing left in our heads. You know what he said to me when we got to Charleroi?

Me – What?

Clarisse – Before getting on the bus, he looked at a group of young people and said: “The students have come back, maybe I was hasty in judging this city.” Then he smiled, and two days later he left.

Me – Didn’t you talk on the phone the following day?

Clarisse – No. They called me from the Institute on the following Thursday to tell me about the accident, since which time, until today, I’ve never talked about him.

Me – Not with anybody?

Clarisse – No.

Me – Why?

Clarisse – I could have spent twenty years with him without getting any more than I got in those two days. That was his limit, at least as far as I was concerned. And the same went for me. There are men like that: if you don’t realise it and try to go further, they can turn merciless. Then the image you come away with is that they’re cold, cruel, unreachable. As you see, that’s something I haven’t done. I think the image of me he came away with was probably a good one, too, but even if he’d lived a long time we wouldn’t have seen each other again. If it had happened, it would have been years later, and would again have lasted only two days, just like the two days we’d had.

Me – You’re very reasonable about all this.

Clarisse – Oh, goodness, these are things you figure out later, when it’s really easy.

Me – I’ll leave you now, it’s dinnertime and I’ve disturbed you long enough. I’ll send you the interview after I’ve transcribed it, so you’ll be able to eliminate or correct what you don’t like.

Clarisse – It doesn’t matter. The only think I ask is that you mention only my first name. Don’t put my surname: my surname really doesn’t matter.

Me – All right. I’d like to talk to you again one day.

Clarisse – Yes, that would be nice, but it won’t happen.

Me – Why not?

Clarisse – Because you look like your father. Besides, it’s nice to say goodbye and know it really is goodbye, don’t you think?

 

 

Translated from Italian by Howard Curtis


Howard Curtis (London, 1949) has translated some seventy books from French, Italian and Spanish, including works by Flaubert, Balzac, Simenon, Pirandello, Leonardo Sciascia, Luis Sepúlveda, Francisco Coloane, Jean-Claude Izzo, Beppe Fenoglio, Pietro Grossi, Gianrico Carofiglio and Franz Hellens, among many others. He has received the John Florio Prize and the Premio Campiello Europa.